Vinumadriae - Pucino


Fulvio Colombo

Pucino: più che un vino, una medicina

La configurazione dei suoli, in provincia di Trieste, molto adatti alla coltivazione della vite nel tratto costiero e la presenza di testimonianze materiali legate alla produzione e conservazione del vino, non lasciano dubbi sul fatto che questa particolare industria abbia avuto, in epoca classica, un particolare sviluppo e un corrispondente significato economico. Il prodotto più rappresentativo di quella produzione, per la risonanza avuta in antico e per l'impatto che la sua riscoperta ebbe sull'economia locale in età moderna, fu sicuramente il Pucino. Un vino piuttosto particolare, che in mancanza di studi recenti e specifici, continua ad essere oggetto di speculazioni e ipotesi fantasiose e sul quale una doverosa opera di indagine e approfondimento è più che mai necessaria [1].

Plinio - Naturalis Historia

Tutto quello che sappiamo sul Pucino, sulle sue caratteristiche e proprietà proviene da un'unica fonte: la Naturalis Historia, un'opera a carattere enciclopedico composta da Gaio Plinio Secondo (Caius Plinius Caecilius Secundus), più conosciuto come Plinio il Vecchio (Como, 23 - Stabiae, 79). Si tratta di un particolare di non poco conto. Quindi prima di analizzare le preziose citazioni, sarà opportuno premettere alcune considerazioni importanti riguardo alla fonte. L'opera non è giunta a noi in forma originale, ma attraverso una serie di copie (per lo più frammentarie) dall'analisi e confronto delle quali sono state tratte, dalla seconda metà del Quattrocento, diverse edizioni a stampa con ricostruzioni più o meno verosimili di quello che poteva essere il testo originale. Un'altra considerazione è d'obbligo: la Naturalis Historia, è come si è detto, un'opera a carattere enciclopedico basata, per sua natura, in minima parte su osservazioni dirette. Il ricorso, dichiarato dallo stesso Plinio a una vasta bibliografia, purtroppo per lo più andata perduta, autorizza a credere, sulla scorta di considerazioni che esporrò in seguito, che il contenuto dei passi che ci interessano sia tratto da una o più opere di altro autore.

Le varianti nelle copie manoscritte e conseguentemente nelle edizioni a stampa sono in certi casi anche macroscopiche, tuttavia le ricostruzioni più recenti consentono una lettura credibile dell'opera, a partire dal passo più importante per noi che ci presenta il vino in tutto il suo splendore:

Iulia Augusta LXXXII annos vitae Pucino vino rettulit acceptos, non alio usa. Gignitur in sinu Hadriatici maris non procul Timavo fonte, saxoso colle, maritimo adflatu paucas coquente amphoras, nec aliud aptius medicamentis iudicatur. Hoc esse crediderim quod Graeci celebrantes miris laudibus Praetetianum appellaverint ex Hadriatico sinu [2].

Un vino prodotto in quantità limitata, in un'insenatura del mare Adriatico nei pressi delle fonti del Timavo, con viti coltivate su terreno sassoso, in collina, cui la brezza marina conferiva caratteristiche particolari e tali da renderlo il più adatto all'uso medico. Giulia Augusta non beveva altro vino e attribuiva al suo consumo gli ottantadue anni di età raggiunti. Le sue qualità erano tali che si credeva corrispondesse al Praetetianum dell'insenatura del mare Adriatico, che i greci celebrarono con grandi lodi. L'indicazione geografica della località è precisa e avvalorata in altra parte dell'opera:

Carnorum haec regio iunctaque Iapudum, amnis Timavus, castellum nobile vino Pucinum, Tergestinus sinus, colonia Tergeste, XXXIII ab Aquileia [3].
Castellum Pucinum

Il "castellum nobile vino Pucinum" si trovava quindi situato nei pressi delle risorgive del Timavo, sul golfo triestino, in direzione della colonia di Tergeste. Nonostante i riferimenti piuttosto precisi, questa collocazione è stata talvolta, in passato, messa in discussione e c'è chi ancor'oggi si diverte a proporre soluzioni alternative, alimentando false speranze nei produttori delle regioni contermini. Da un lato, complice una citazione di Tolomeo che situava Πούκινον (Poúkinon) fra i centri dell'entroterra istriano [4], la località è stata identificata con l'odierno Sovignacco (Sovinjak) o addirittura, per pura assonanza, con Pedena, che nella forma croata (Pićan) richiama in qualche modo, solo dal punto di vista fonetico, il nome Pucino [5]. In direzione diametralmente opposta, in Friuli, c'è chi crede invece di vedere nel nome di una piccola roggia che scorre tra Scodovacca (frazione di Cervignano del Friuli) e Villa Vicentina, denominata Polzino, un preciso richiamo ai passi di Plinio [6].

Livia Augusta

Iulia Augusta, il personaggio che conferisce una tale importanza al vino è in realtà Livia Drusilla Claudia, seconda moglie dell'imperatore Augusto, che alla sua morte aveva assunto il nome di Giulia e il titolo di Augusta: una delle figure femminili più importanti e rappresentative nella storia di Roma antica [7].
È perfettamente comprensibile quindi che l'associazione del vino a un personaggio di tale levatura e l'evidenza con cui la notizia viene riportata nella Naturalis Historia possa aver prodotto nei secoli un ricordo così marcato ed insistente.

Si tratta di osservazioni dirette o di informazioni raccolte da altri? Alla morte di Livia, Plinio aveva sei o sette anni e, non vivendo a Roma, è impossibile abbia visto o sentito qualcosa a riguardo.
Con un certo grado di probabilità le notizie vanno attribuite a Valeriano Cornelio [8], autore che Plinio cita tra quelli consultati, nella bibliografia del libro XIV (cioè il nostro), e che riporta, come fatto singolare ed eccezionale, un altro aneddoto relativo a Livia, cioè la presenza nel portico della sua villa di Primaporta di una singola vite, capace di ombreggiare tutto il cortile e di produrre ben dodici anfore di mosto all'anno [9]. L'opera di Valeriano Cornelio è andata purtroppo perduta, ma è credibile che la notizia fotografi una situazione con Livia ancora in vita e che la citazione sia quindi collocabile intorno al 25 d.c., avvalorando l'ipotesi che quel "LXXXII", presente nella citazione, non sia riferito ai suoi anni di vita (58 a.c. - 29 d.c.) che furono 86, ma agli anni che aveva in quell'occasione.

Piuttosto interessante e puntuale, poi, il riferimento al "saxoso colle" che, associato al passo successivo, presente nel paragrafo in cui si descrivono le caratteristiche dei terreni:

Pucina vina in saxo cocuntur, Caecubae vites in Pomptinis paludibus madent. Tanta est argumentorum ac soli varietas ac differentia [10]
Dingac

precisa la natura del suolo su cui crescevano le viti, composto di sole pietre in opposizione al terreno delle paludi pontine in cui le viti del Cecubo stavano quasi 'a bagno'. Il fatto che Plinio abbia scelto come termine di paragone proprio le viti del Pucino (la parola vina designa infatti sia il vino che la vite), sta evidentemente ad indicare la condizione più estrema conosciuta e la grande adattabilità della pianta alle situazioni più varie. L'ambiente, considerate le differenze climatiche del periodo rispetto ad oggi, non doveva essere dissimile quindi da quello dell'attuale Dalmazia, in cui sono ancora presenti impianti di viti su base terrosa veramente minima.

La confusione creata invece dalla lettura errata di un altro passo dell'opera, l'ormai famoso e abusato pucina omnium nigerrima, citato purtroppo sempre isolato dal contesto in cui non si parla delle caratteristiche dei vitigni da tavola e non da vino, non autorizza alcuna associazione di questa particolarità al Pucino, né tantomeno facili e improbabili accostamenti con i vini attuali di quel colore. Nelle edizioni più recenti il passo viene infatti correttamente proposto come "In pergulis vero seruntur escariae appellatae […] item picina omnium nigerrima" [11] , ossia che nelle pergole si coltivano le uve da tavola (tra le quali) la Picina, la più nera di tutte; una caratteristica resa con efficacia dal nome stesso che richiama l'aggettivo picinus ossia 'nero come la pece'.

Plinio colloca il Pucino nella categoria dei vini "generosi", ossia tra quelli con caratteristiche alcoliche piuttosto sostenute, ma non in posizione eminente come si è sempre detto. Per avere conferma di ciò basta leggere la frase precedente al passo iniziale:

Genera autem vini alia aliis gratiora esse quis dubitet, aut non ex eodem lacu aliud praestantius altero germanitatem praecedere sive testa sive fortuito eventu? Quamobrem de principatu se quisque iudicem statuet. [12]

Non c'è dubbio che ad alcuni piacciono di più certi tipi di vino che altri e che di due vini provenienti dallo stesso tino uno, migliore, supera la qualità dell'altro per quanto affine, grazie al recipiente che lo contiene ovvero a circostanze casuali. Motivo per cui ognuno proclamerà se stesso giudice del vino migliore.

La citazione dedicata a Livia va quindi collegata alla successiva, in cui si dice che il Pucino non era il vino di Corte; Augusto, il marito di Livia, e gli imperatori successivi, bevevano un vino laziale prodotto nelle vigne di loro proprietà nei pressi dell'attuale Sezze, il Saetinum [13], o per far fede a Svetonio il Rethicum [14]. Un paragone formulato quindi a dimostrazione che ognuno, in fatto di vino, potesse avere le proprie opinioni, sovrani compresi. Il Pucino non era infatti un vino da mensa, era quasi una medicina, ed è estremamente probabile, conoscendo la predilezione di Livia per i cibi amari, che non fosse particolarmente appetibile.

Duino

Non è da escludere che, data l'esiguità della produzione, fosse bevuto solo ed esclusivamente da lei e che, considerate le sue notevoli disponibilità economiche, fosse prodotto in terreni di sua proprietà. Livia aveva una conoscenza diretta delle pratiche agricole. Diede il suo nome ad una varietà di fico, di papiro e probabilmente di alloro, e come abbiamo visto aveva nella sua villa di Primaporta, oltre ad un orto in cui coltivava le piante officinali, anche la famosa vite in grado di produrre dodici anfore di mosto all'anno.

Il Pucino non era, com'è stato spesso ripetuto anche da persone autorevoli, un vino che veniva commercializzato ad Aquileia, o venduto altrove. La lettura LIVIA su due bolli d'anfora rinvenuti al Magdalensberg in Carinzia, che aveva autorizzato a credere ad una maggiore produzione del vino (anche per l'esportazione), favorita dalla pubblicità offerta dal nome dell'illustre personaggio, in contrapposizione a quanto riferito da Plinio, si è rivelata errata. A un esame più attento ci si è accorti che quel LIVIA era stato letto al contrario, e quindi come VIAT andava riferito a un noto produttore istriano [15].

In conclusione è più facile, parlando del Pucino, dire cosa non era, piuttosto che cosa fosse, anche perché, morta Livia, scompare nelle pieghe della storia, per essere riscoperto, in forma letteraria, solo mille e quattrocento anni dopo, per fare da supporto ad un'operazione di promozione del principale prodotto enologico triestino la "Ribolla" [16], creando le premesse per la nascita, alla fine del Cinquecento, della denominazione di uno dei vini più famosi al mondo: il Prosecco [17].

Trieste, 1 settembre 2018



[1] In attesa della pubblicazione di uno studio più articolato e scientifico su una rivista storica locale (già programmato) ho ritenuto utile riproporre il contenuto (rielaborato) del capitolo sull'argomento presente nella mia Storia della vite e del vino in provincia di Trieste, compresa nella più ampia Storia della vite e del vino in Friuli e a Trieste (a cura di Enos Costantini), edita nel 2017 dalla Forum Editrice di Udine per conto dell'Accademia italiana della Vite e del Vino.
Tra i contributi precedenti non si può non citare quello di Carlo de Marchesetti, Del sito dell'antico Castello Pucino e del vino che vi cresceva, apparso sull'Archeografo Triestino, II s., V (1878), a pp. 431-50, in cui l'attenzione dell'autore è però più concentrata sull'identificazione della località, che sullo studio del vino.

[2] Plinio, NH = C. Plini Secundi, Naturalis historiae libri XXXVII, B.G. Teubneri, Lipsiae, vol. II (1875), XIV.6.60.

[3] Plinio, NH, vol. I (1906), III.18.127.

[4] Vanna Vedaldi Iasbez, La Venetia orientale e l'Histria. Le fonti letterarie greche e latine fino alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, Quasar, Roma, 1994, pp. 216 e 391.

[5] A confutazione delle ipotesi un po' maldestre, v. Robert Matijašić, Plinijev castellum nobile vinum pucinum (plin. Nat. Hist. 3, 18, 127) i antički zemljopis sjeverozapadne Istre, in: "Tabula" (Časopis Filozofskog fakulteta u Puli = Rivista della Facoltà di Lettere e Filosofia di Pola), (1999), 1, pp. 143-64.

[6] Vista l'assurdità di tale ipotesi non mi sembra il caso di fornire il rimando bibliografico.

[7] Antony A. Barrett, Livia. La First Lady dell'Impero, Edizioni dell'Altana, Roma, 2006.

[8] BrillOnline Reference Works, http://referenceworks.brillonline.com/browse/brill-s-new-pauly, alla voce: Valerianus.

[9] Plinio, NH, vol. II, XIV.1.11 e Barrett, pp. 172-73.

[10] Plinio, NH, vol. III (1878), XVII.4.31.

[11] Plinio, NH, vol. II, XIV.3.42.

[12] Ivi, XIV.6.59.

[13] Ivi, XIV.6.61.

[14] Gai Suetoni Tranquilli, De vita caesarum libri I-II, Allyn and Bacon, Boston-New York-Chicago, 1918, II.77.

[15] Claudio Zaccaria, Per una prosopografia dei personaggi menzionati sui bolli delle anfore romane dell'Italia nordorientale, in: Amphores romaines et histoire économique. Dix ans de recherche. Actes du colloque de Sienne (22-24 mai 1986) Rome, école Française de Rome, 1989, p. 471 e nota 16; Vedaldi, p. 391.

[16] Colombo, Storia, p. 549 e Colombo, Prosecco. Patrimonio del Nordest, Luglio editore, Trieste, 2014, pp. 43-46.

[17] Colombo, Storia, pp. 585-586 e Colombo, Prosecco, pp. 70-72.